Volevo essere una dura

Ci sono giorni in cui ci si sente fuori posto, come se il mondo girasse troppo in fretta e noi fossimo rimasti indietro. Giorni in cui la solitudine pesa sulle spalle come un cappotto bagnato e ogni tentativo di appartenere sembra fallire. Si ha paura di vivere, di sbagliare, di non essere abbastanza. Di non diventare mai quello che si sperava di essere.

In quei momenti, una canzone come “Volevo essere un duro” di Lucio Corsi riesce a toccare corde profonde. Racconta il desiderio di somigliare a un ideale forte, intoccabile, invincibile — un “duro”, appunto — e la delusione che arriva quando si scopre che, invece, si è sensibili, fragili, disarmati. Ma in quella confessione, in quella dolce resa, c’è qualcosa di liberatorio. Perché a volte non essere “duri” è proprio ciò che ci rende veri.

È bello che esistano personaggi — reali o immaginari — nei quali possiamo specchiarci. Figure strane, a margine, ma intensamente umane. Edward Mani di Forbici, ad esempio, con quelle sue mani che non possono accarezzare, che feriscono involontariamente, ma che sanno creare bellezza. Edward non riesce ad avere una vita normale, ma trova comunque un modo per esprimere chi è. Anche senza toccare, riesce a connettersi.

Ed Wood, invece, era un regista deriso, considerato da molti il peggiore della storia del cinema. Eppure, il suo amore per il cinema era così autentico da renderlo invincibile. Continuava a girare film, nonostante le critiche, nonostante i fallimenti. Perché a volte non serve il talento perfetto per meritare un posto nel mondo. Serve passione, e il coraggio di restare fedeli a se stessi.

E poi c’è Chihiro, che come tanti di noi si sente piccola, spaventata, sopraffatta da un mondo più grande di lei. Ma anche se piange, anche se trema, va avanti. E il suo coraggio si manifesta proprio nel continuare, nel non smettere di cercare una strada, anche quando tutto fa paura.

Forse non dobbiamo per forza trovare subito il nostro posto. Forse il senso non sta nell’arrivare, ma nel continuare a cercare. Nell’imparare a guardarci con occhi nuovi, magari attraverso gli occhi di qualcun altro. Come fa la musica, come fanno il cinema e l’arte. Come fanno certe storie e certi personaggi che, senza saperlo, ci tengono per mano nei momenti più bui.

E così, mentre cerchiamo di capire chi siamo, possiamo permetterci di essere imperfetti, fragili, sognatori. Perché anche se ci sentiamo diversi, non siamo soli.

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